Capitolo Undici/2. Hume ripropone lo scetticismo.
Introduzione. Hume: la ragione e lo scetticismo.
Come abbiamo pi volte messo in evidenza, per la filosofia 
fondamentale il rapporto fra la ragione e la verit. Per questo la
presenza di posizioni relativistiche e scettiche, se da una parte
 preziosa perch aiuta ad approfondire il dibattito, dall'altra
spesso  vissuta come una larvata minaccia all'esistenza stessa
della filosofia: se la verit si nega alla ragione, non  essa
perduta per l'uomo stesso? E la filosofia non diventa qualcosa di
divinamente inutile? E l'uomo pu vivere senza la verit? Dietro
alla sconfitta della ragione non si nasconde il nichilismo? Queste
ed altre domande simili si porranno i filosofi del ventesimo
secolo.
Ai tempi di Hume il problema era vissuto in modo molto diverso.
L'Inghilterra usciva dalle guerre di religione e da una lunga
crisi politica, con una borghesia desiderosa di lasciarsi il
passato alle spalle e di muoversi risolutamente verso un futuro di
potere e di benessere. E la ragione cominciava a celebrare i suoi
trionfi. Era infatti ormai diventata opinione comune che essa
fosse l'unica vera arma che l'uomo possedeva contro il fanatismo e
l'intolleranza, per realizzare un sistema politico e sociale
finalmente a misura d'uomo. Tutte queste idee erano condivise
pienamente anche da Hume, ma le sue riflessioni filosofiche e la
sua onest intellettuale lo portarono a risultati imprevisti.
Egli cominci con il notare la frattura fra le opinioni dei
circoli culturali dell'epoca e quelle della gente comune e quindi
a distinguere tra persone istruite e persone ignoranti. Alle
prime egli affidava l'importantissimo compito di utilizzare la
ragione e di sviluppare un atteggiamento critico per tenere
lontani il fanatismo e l'intolleranza.
Hume, prendendo atto della storia passata, in particolare delle
dispute teologiche e delle loro conseguenze, raccomandava anche
che la ragione non superasse i propri limiti per i pericoli a cui
l'uomo sarebbe potuto andare incontro; e per questo consigliava di
non distaccarsi dall'esperienza sensibile e di diffidare dei
poeti, degli oratori, dei preti e di tutti coloro che avrebbero
potuto orientare la ragione al di fuori dei limiti dell'esperienza
intesa nel senso pi comune e tradizionale.
In particolare Hume affermava la superiorit della ragione e
dell'esperienza sensibile sull'autorit della Bibbia e, in
particolare, svilupp una brillante critica all'esistenza dei
miracoli. La questione dei miracoli  di grande importanza perch
la negazione della stessa possibilit dei miracoli sembrava
trasformare la Bibbia in un libro inattendibile pieno di menzogne
e di favole per ignoranti, mentre ammetterne la possibilit
significava negare la concezione essenzialista della scienza
moderna ed il valore assoluto delle leggi scientifiche. Infatti la
natura, rivelandosi allo scienziato come un concatenamento
perfetto di cause ed effetti, non poteva lasciare spazio
all'"illegalit" dei miracoli.
Hume, avendo messo in discussione le pretese assolutistiche del
concetto di causa, non poteva pi rifiutare i miracoli sulla base
delle conclusioni deterministiche dell'epistemologia moderna. Egli
prefer pertanto percorrere una strada a lui pi congeniale,
esaminando il miracolo dal punto di vista dell'esperienza
empirica. Il filosofo inglese comincia la sua analisi con il
notare che i miracoli non solo sono contraddetti dalle leggi della
natura, ma si pongono anche contro tutta l'esperienza umana. Solo
una testimonianza certa di un'esperienza diretta potrebbe
avvalorare un fatto straordinario, quale  un miracolo. A questo
punto, per, Hume si domanda quale tipo di testimonianza sia
necessaria per rendere credibile un fatto tanto straordinario.
Partendo dall'esperienza delle testimonianze nei tribunali, Hume
fa notare che la memoria non  sempre del tutto affidabile e che
spesso anche i testimoni oculari sono in disaccordo fra di loro.
Se arrivare alla verit su fatti ordinari  spesso molto
difficile, a maggior ragione una testimonianza pienamente
convincente su un avvenimento straordinario quale  un miracolo,
non si d e non si pu dare. Non si pu credere, ad esempio, che
un uomo dopo la morte sia risorto se l'esperienza di altri
cinquecento milioni di uomini attesta il contrario. La conclusione
di Hume  che i miracoli sono solo illusioni che favoriscono la
superstizione.
La posizione di Hume, infatti, non  assimilabile allo scetticismo
tradizionale, che, anzi, viene da lui rifiutato. Analizzando il
rapporto fra la ragione e la verit, Hume afferma che lo scettico
 un nemico della ragione e che la sua attivit consiste nel
distruggere la ragione per mezzo di argomenti e di ragionamenti.
Hume rifiuta lo scetticismo metodologico - della cui utilit in
campo filosofico Descartes era stato un convinto sostenitore -: il
dubbio iperbolico  di per s del tutto insuperabile ed  in
grado di distruggere la sicurezza di qualsiasi tipo di
ragionamento.
Egli ritiene che sia da rifiutare anche lo scetticismo assoluto
- o pirroniano - che non  rivolto solo contro la teologia e la
metafisica, ma anche contro quelle certezze pre-razionali (Hume le
definisce: istinti primari della natura) su cui si fonda la vita
quotidiana, come la fiducia nei sensi e nell'esistenza di una
realt fuori di noi. Lo scetticismo assoluto, eliminando anche
ogni certezza derivata dall'esperienza sensibile, pu portare alla
riproposizione di un Essere Supremo come fondamento della verit
(posizione a cui era giunto Berkeley), ma, se viene meno la
certezza dell'esperienza sensibile, viene meno anche la
possibilit di provare l'esistenza di quell'Essere, almeno con
una dimostrazione "a-posteriori".
Molto pi positivo e utilizzabile  quello che Hume chiama
scetticismo moderato, che aiuta a mettere in discussione i
nostri pregiudizi e suggerisce di procedere cautamente. Esso 
l'unica strada che, sia pur lentamente e con fatica, ci conduce
verso la verit. Niente garantisce l'esistenza di un mondo
esterno o l'esistenza di legami fra le nostre rappresentazioni e
quel mondo.
In questo Hume accetta la posizione di Berkeley (esse est
percipi), che ritiene insostenibile la distinzione fra qualit
primarie e secondarie - elaborata all'interno del metodo
scientifico e ad esso necessaria - e che considera le cosiddette
qualit primarie, cio l'estensione e il movimento, comunque
riconducibili alle sensazioni. Ovviamente Hume non ignora che
Berkeley abbia elaborato i suoi strumenti concettuali contro gli
scettici, ma osserva che in realt il filosofo irlandese ha
contribuito grandemente alla causa dello scetticismo.
Il confronto fra Berkeley e Hume, come i tanti che caratterizzano
la storia della filosofia, non deve far nascere il sospetto che la
filosofia sia un insieme di dibattiti inconcludenti e deludenti.
Hume si oppone a questo modo di ragionare: egli ritiene che il
dibattito continuo spinga verso confronti che mantengono la mente
aperta a una continua ricerca, la quale rimane una delle
caratteristiche pi nobili ed affascinanti dello spirito umano. Un
atteggiamento costantemente critico  inoltre - per il filosofo
inglese - molto utile perch non permette alla ragione di trovare
riposo e quiete in qualche certezza, la costringe ad abbattere
la sua superbia e infine non favorisce il dogmatismo verso cui la
natura umana spontaneamente tende e che il filosofo giudica
negativamente.
L'esistenza di questa tendenza al dogmatismo produce - secondo
Hume - un conflitto insanabile fra l'istinto naturale, che d per
certe sia l'esistenza di una realt fuori di noi, sia la nostra
possibilit di conoscerla (certezze su cui si basava tutta la
filosofia antica, l'ontologia e la metafisica), e la ragione
moderna che con il suo empirismo radicale giunge invece ad
affermare che  impossibile dimostrare in modo convincente
l'esistenza fuori dall'io di una realt da esso indipendente.
Quindi l'uomo moderno deve accettare il fatto che - superata anche
la distinzione, che la scienza moderna aveva elaborato, fra le
qualit primarie e secondarie - ci che noi comunemente chiamiamo
materia o realt, e che per noi costituisce il massimo della
certezza, rimane invece qualcosa di sconosciuto ed
inesplicabile, causa misteriosa delle nostre sensazioni,
l'inconoscibile cosa in s di cui parler Kant.
Hume infine constata che se sul piano teorico, le posizioni
scettiche anche estreme (di tipo pirroniano) riescono facilmente
ad imporsi, nella pratica lo scetticismo si trova sempre di fronte
a difficolt insormontabili, perch la vita stessa ci costringe a
continue decisioni e le passioni e i sentimenti travolgono in un
batter d'occhio i pi sofisticati ragionamenti.
La posizione di Hume su questo argomento  degna della massima
attenzione. Egli ribalta completamente lo schema antropologico
classico (Platone, Aristotele, eccetera), per il quale la ragione
 la parte pi importante dell'anima umana perch ha il compito di
tenere sotto controllo le passioni, rivelando cos la sua
superiorit e la sua nobilt. Hume propone un'antropologia del
tutto nuova, legata alla storia recente dell'Inghilterra e
dell'intera Europa, a quelle guerre di religione nelle quali molte
volte l'uomo aveva dimostrato quanto fosse facile per le passioni
travolgere la ragione e sottoporla alle loro esigenze. Da buon
empirista Hume aveva dedotto che non la ragione, ma le passioni
costituiscono il vero io dell'uomo, la sua coscienza, e quindi
la ragione non pu che sottostare alle passioni. Per Hume 
impossibile che la ragione possa ostacolare una volizione, cio
un atto della volont, perch le passioni non solo non sono sotto
il suo controllo, ma, al contrario, la ragione stessa  e deve
essere solo schiava delle passioni e non pu pretendere in nessun
caso una funzione diversa da quella di servire ed ubbidire ad
esse. Questa concezione antropologica si pone in netto contrasto
con lo spirito dell'epoca e con le caratteristiche proprie
dell'illuminismo; Hume non intravede nella ragione quella luce
destinata ad illuminare il mondo e a trasformare l'uomo.
Con la critica al concetto di causa, Hume aveva posto le basi per
tentare anche di dare un nuovo fondamento teorico alla libert
dell'uomo. Egli aveva sostituito l'oggettivit delle leggi
deterministiche della scienza con l'azione di una gentle force che
agisce sull'intera realt: una forza dolce lascia molto pi
spazio alla libert di una legge scientifica. Ma la convinzione
che il rapporto fra la ragione e le passioni fosse del tutto
favorevole a queste ultime port Hume a negare sostanzialmente la
libert (le passioni ci determinano).
Il secondo soggiorno a Parigi, che si protrasse per anni in quanto
era stato nominato segretario d'ambasciata, fu per Hume una specie
di trionfo. I philosophes gli tributarono trionfali accoglienze e
lo considerarono uno dei loro, perch avvertivano una sintonia fra
la loro posizione filosofica e tanti aspetti del suo pensiero,
soprattutto sulle questioni della religione e della teologia
(confronta Quaderno secondo/7, Capitolo Dodici/2, D'Holbach:
Introduzione). Infatti in perfetta sintonia con gli illuministi
francesi, Hume proponeva di bruciare i libri di teologia (vedi
lettura n. 20) e accettava acriticamente tutte le idee
anticattoliche dell'Inghilterra del suo tempo. Egli era convinto
che i cattolici fossero il massimo del fanatismo e si
abbandonassero alla superstizione e all'idolatria, permettendo
quel residuato di politeismo che era per lui il culto dei santi, e
che si comportassero da cannibali perch facevano la comunione.
[Dall'altra parte la Chiesa cattolica vide in questo filosofo, che
combatteva contro il concetto di causa, contro l'idea di sostanza
e di finalit su cui si reggeva tutta l'ontologia cristiana, un
nemico pericoloso; con decreto del 19 gennaio 1761 ordin che le
sue opere fossero incluse nell' Indice dei libri proibiti e
conferm la condanna anche nel secolo seguente del 16 settembre
del 1827Questa sintonia fra Hume e gli illuministi francesi fu
possibile in quanto combattevano tutti contro un comune nemico. In
realt, come era successo all'inizio dell'epoca moderna quando lo
scetticismo era stato sconfitto dal successo del metodo
scientifico, la proposta filosofica humiana che considerava la
ragione debole di fronte alle passioni sar oscurata proprio dal
trionfo della filosofia dei lumi.
Oggi, con la fine di tante illusioni alle quali la filosofia
stessa aveva contribuito, in un clima di stanchezza generale
assistiamo ad un ritorno dello scetticismo. Vale la pena quindi
soffermarsi ancora un po' sull'argomento. Hume contrappone la
ragione ai sentimenti e alle passioni: in questo confronto le
forze sono impari e la ragione  destinata a soccombere. Questa
ragione debole ed indifesa  quella epistemica, che la filosofia
moderna ha fatto coincidere con la ragione scientifica, di cui ha
assunto tutte le caratteristiche. E la gloriosa ragione noetica,
che affascinava tanto Socrate e Platone, che fine ha fatto? Pascal
si era accorto che la ragione geometrica non era adeguata a
comprendere il mondo dell'uomo e aveva sottolineato l'esistenza di
un altro tipo di ragione, che egli aveva chiamato esprit de
finesse (vedi Quaderno secondo/3, Capitolo Sei). Per Hume invece
esiste solo la ragione geometrica, legata all'esperienza sensibile
e intesa nel senso pi riduttivo del termine (niente poeti,
oratori, preti). Ad essa si contrappongono il dogmatismo del
sentimento e l'irrazionalit delle passioni. E di fronte ad essi
la ragione  del tutto impotente, e spesso si mette al loro
servizio.
Le conclusioni cui giunse Hume sono oggettivamente umilianti per
la ragione e sembrano suggerire l'idea di una filosofia che ha
abbandonato totalmente le pretese di avere una qualche relazione
con la verit, con la prospettiva di inaridirsi in uno scetticismo
senza sbocchi. Inoltre lo stesso Hume aveva notato che questo
scetticismo teorico, mettendo in crisi qualsiasi criterio di
valutazione, porterebbe di conseguenza al blocco dell'azione in
campo pratico. A questo punto le esigenze intrinseche alla
natura, che portano anche lo scettico a comportarsi come tutti
gli altri, cio a fare continue scelte in base alle esigenze di
mangiare, di bere, eccetera, dimostrerebbero in modo
inequivocabile l'inutilit della filosofia. Quindi avrebbero
ragione tutti coloro - e non sono pochi - che ritengono la
filosofia essere nient'altro che l'esercitazione scolastica di un
lite d'intellettuali, un pensiero che per la sua astrattezza, per
il suo rifiuto del senso comune, sarebbe del tutto inutile (se
non dannoso).
A questo punto possiamo tentare una conclusione: lo spirito del
tempo aveva condizionato Hume al punto da prendere in
considerazione solo la ragione geometrica e a considerare tutto il
resto nient'altro che sentimento e passioni. Date queste premesse,
le conclusioni pessimistiche a cui giunge sono la dimostrazione
della sua grande onest intellettuale.
